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DOSSIER · FENOMENI ESTREMI E CLIMA

Temporali nelle Marche: quando arrivano e perché.

Un temporale estivo qui non nasce a caso. Nasce quasi sempre sullo stesso versante, alla stessa ora, e scende verso la valle seguendo un percorso che chi vive in provincia conosce a memoria. Capire il meccanismo serve a guadagnare l'ora di margine che decide se una giornata si salva.

Perché si formano sull'Appennino e non sul mare

Il rilievo fa da innesco, la valle fa da corridoio.

Un temporale ha bisogno di tre ingredienti insieme: aria umida nei bassi strati, aria molto più fredda in quota, e qualcosa che spinga la prima verso la seconda. D'estate i primi due li fornisce la stagione; il terzo lo fornisce la montagna. Il versante appenninico esposto al sole si scalda più in fretta della pianura, l'aria a contatto sale lungo il pendio, e salendo si raffredda fino a condensare. È la ragione per cui, nelle giornate calde e afose, i primi cumuli compaiono sopra il crinale mentre sulla costa il cielo è ancora sereno.

Una volta formata, la cella si sposta con il flusso in quota. Nella nostra provincia il percorso più frequente d'estate scende dall'entroterra verso il mare, attraversando la fascia collinare e la valle del Metauro. Questo spiega un'esperienza comune: a Cagli o a Cantiano ha già piovuto quando a Fano il cielo si sta appena scurendo, e in mezzo ci sono comuni che quel giorno non prendono una goccia.

La brezza di mare aggiunge un secondo innesco nel pomeriggio. Entrando dall'Adriatico spinge aria umida verso l'interno e la costringe a salire dove incontra il rilievo, rinforzando le celle che si stanno già formando. È per questo che l'ora peggiore, nelle giornate instabili d'estate, cade quasi sempre tra metà pomeriggio e sera.

Le due stagioni dei temporali

Quelli estivi sono termoconvettivi: nascono dal calore accumulato, durano poco, colpiscono aree ristrette e possono scaricare molta acqua in pochi minuti. Il rischio principale è l'allagamento improvviso di sottopassi e fossi, e la grandine sulle colture. Sono anche i più difficili da prevedere nel dettaglio: il modello vede bene la giornata a rischio, molto meno quale paese verrà colpito.

Quelli di fine estate e autunno sono un'altra cosa. Arrivano organizzati dentro una perturbazione, interessano aree più vaste, durano ore invece che minuti e portano accumuli che il terreno non riesce ad assorbire, soprattutto se già saturo dalle piogge dei giorni precedenti. Sono questi, più dei temporali estivi, a produrre le criticità idrogeologiche che fanno scattare i livelli di allerta più alti.

UN'ORA DI MARGINE

I segnali che precedono la cella

Il primo è visivo: i cumuli che a metà mattina hanno la base piatta e la sommità che continua a crescere verso l'alto, invece di appiattirsi, stanno diventando un temporale. Quando la sommità assume la forma a incudine, il processo è compiuto e la cella è già matura.

Il secondo è il vento. Una raffica fredda improvvisa, che arriva prima della pioggia e in direzione opposta a quella del vento che soffiava fino a un minuto prima, è l'aria discendente del temporale: la pioggia è a pochi minuti di distanza. Il terzo è il radar, che nelle due ore precedenti è lo strumento più affidabile che abbia.

Cosa fare, e in che ordine

Le azioni utili si fanno prima che la finestra di allerta si apra.

Se per la sua zona è stata emessa un'allerta, il primo gesto è leggere il livello ufficiale e la finestra oraria, non il colore visto su un'applicazione. Nel sistema italiano i livelli sono tre in ordine crescente, gialla, arancione e rossa, ed è il servizio di protezione civile regionale a emetterli sulla base dei bollettini del sistema nazionale. Un'applicazione che colora lo schermo non emette allerte.

Poi vengono le azioni che si fanno prima, non durante. Sposti l'auto dai sottopassi e dalle aree che si allagano abitualmente, fissi quello che il vento può sollevare, e rinunci agli spostamenti non necessari dentro la finestra dichiarata. Durante il fenomeno la regola è restare al riparo e stare lontani dai corsi d'acqua: la maggior parte degli incidenti gravi accade a chi si avvicina a un fiume in piena o attraversa un guado.

Se il temporale la coglie all'aperto in campagna, eviti gli alberi isolati e le creste esposte, lasci a distanza gli attrezzi metallici e cerchi un avvallamento o un veicolo chiuso. L'albero isolato, che l'istinto suggerisce come riparo dalla pioggia, è il punto più pericoloso del campo.

Verifica la tua preparazione all'allerta

Gli altri estremi della provincia

Il temporale è il fenomeno più frequente, non l'unico. La neve appenninica riguarda soprattutto la fascia sopra i quattrocento metri, dove Carpegna sta a 748 metri e Apecchio a 493: la stessa perturbazione che porta pioggia a Fano può lasciare accumulo su quelle quote. La canicola colpisce in modo opposto, con la costa penalizzata dall'umidità più che dalla temperatura pura.

Le gelate tardive sono l'estremo più costoso per chi lavora la terra, perché arrivano quando la vegetazione è già ripartita. Dipendono dalla quota e dalla forma del terreno più che dalla data: un fondovalle raccoglie l'aria fredda e gela mentre un versante ventilato cinquanta metri più in alto resta sopra lo zero.

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Se deve ricordare una cosa sola, guardi il cielo verso l'entroterra a metà mattina nelle giornate afose: quando i cumuli sopra il crinale continuano a crescere in altezza, il pomeriggio è già deciso, e ha ancora qualche ora per riorganizzarlo.